Pamplona Spagna – Corsa dei Tori

Avevo 18 anni quando presi la decisione di prendermi un’estate libera prima di entrare in quelli che immaginavo sarebbero stati i quattro anni di reclusione all’università, e così partii alla ricerca di un’avventura così avvincente, che mi avrebbe sostenuto attraverso il noioso e interminabile vita di uno studente. La mia ispirazione per intraprendere il viaggio è venuta da mio padre, che come poeta, scrittore e appassionato viaggiatore, aveva instillato in me un ardente desiderio di esplorare il mondo bizzarro ed esotico di un rover. Innumerevoli notti ho ascoltato con fervore i suoi racconti sulla Spagna, e lo splendore e lo sfarzo delle corride che il suo eroe, Ernest Hemingway, aveva immortalato attraverso la sua prosa. Sapevo intuitivamente che la mia prima (e forse ultima) ricerca donchisciottesca prima di entrare nel regno del mondo accademico, sarebbe stata quella di correre con i tori nel famoso festival estivo di Pamplona, ​​in Spagna.

La festa conosciuta come San Fermin, una celebrazione di sette giorni profondamente radicata nella tradizione, si tiene ogni anno la prima settimana di luglio nel nord della Spagna. Il suo evento più caratteristico, l'”encierro”, o corsa dei tori, è una bizzarra e ostentata esibizione di spavalderia machismo. Lo spettacolo è prontamente avviato ogni mattina da fuochi d’artificio, proclamando che i tori sono stati liberati dai loro recinti per correre liberamente attraverso le strade barricate del villaggio fino alla vicina arena. Gli audaci amanti del brivido mettono alla prova il loro coraggio correndo davanti alla mandria in fuga, spesso con risultati disastrosi. Sin dal suo inizio nel XIII secolo, (quando i macellai si affrettavano leggermente davanti ai tori che venivano condotti all’asta per assicurarsi un posto privilegiato nell’asta), diverse persone sono state uccise e centinaia di altre gravemente ferite. Fu con questo sconcertante filo di dati storici che si intrecciava nella mia testa stanca della strada, che una sera incontaminata scesi dall’autobus con circospezione, nel pittoresco e sonnolento villaggio noto come Pamplona.

Arrivando un giorno prima dell’inizio ufficiale del festival, mi è stato difficile trovare una stanza da qualche parte, e alla fine con un po’ di fortuna mi sono imbattuto in un hotel fatiscente alla periferia della città, dove un assortimento di avventurieri con la stessa mentalità si era riunito in cameratismo nato di necessità. Mi sono ritrovato a condividere una stanza con tre festaioli privati ​​del sonno, che essendo arrivati ​​un giorno prima, mi hanno informato con entusiasmo sull’attività delle notti precedenti, che consisteva principalmente nell’inalare enormi quantità di vino da una borsa di pelle di capra, il liquido erubescente che invariabilmente cadeva copiosamente lungo il loro camicie di lino bianche. Ripensando con affetto a quel tempo, ricordo un mare di uomini vestiti di scarlatto che sbandavano per le strade del villaggio in uno stato di esultanza, senza dubbio il risultato della generosa libagione consumata, ma soprattutto perché erano giovani e spensierati, appassionatamente abbracciando la gioia effimera, agrodolce della loro giovinezza.

La mattina dopo io e i miei compagni iniziammo la giornata nel modo in cui l’avrebbe fatto chiunque affrontasse una morte quasi certa… bevevamo quanto più vino possibile. Con un senso di terrore ed euforia in egual misura, ci siamo diretti verso la soglia del recinto improvvisato del villaggio, dove al sicuro dietro un massiccio cancello di legno c’era una legione di tori dall’aspetto minaccioso. Sembravano apprensivi e timorosi quanto noi, e speravo segretamente che attraverso qualche inspiegabile mezzo di transfert cerebrale, avremmo stabilito un accordo telepatico per stare il più lontano possibile l’uno dall’altro durante la prova imminente. Rimasi sbalordito dalle loro stupende dimensioni e dalla loro ovvia forza e mi resi conto che, poiché mia sorella mi aveva informato in modo così categorico del giorno in cui me ne ero andato, dovevo davvero essere pazzo a contemplare un’impresa del genere. Con un ultimo lungo tiro dalla borsa del vino, ho deciso di deridere di fronte al pericolo e, come un intrepido matador che sta per entrare nell’arena, ho gettato il mio destino al vento del Mediterraneo.

Ciò che seguì nei secondi successivi, viene chiamato dagli antichi maestri zen come kensho. Un momento così saldamente radicato nel presente, che tutte le preoccupazioni mondane del passato e del futuro cedono all’onnicomprensivo ora. Dopo il rilascio delle formidabili creature, ricordo di essere corsa alla cieca in avanti lungo la strada antidiluviana, il mio unico pensiero divorante quello di raggiungere l’anello distante, dove coloro che avessero terminato con successo il percorso avrebbero avuto un posto per le corride pomeridiane. Spinto in avanti da una scarica di adrenalina indotta dal panico, all’improvviso mi sono ritrovato a scappare non dalle bestie, ma tra loro. Un conglomerato di gambe, braccia dimenanti e carne di toro carica di sudore scintillante si era in qualche modo intrecciato, generando una folla pulsante di movimento spasmodico che tuonava lungo gli stretti passaggi di ciottoli in un frenetico stato di terrore, aggregato a un’emozione che può solo essere descritta come. .. euforico.

Correndo in modo surreale in mezzo all’orda che avanzava, istintivamente mi sforzavo di rimanere in piedi e il più lontano possibile dalla miriade di corna che mi circondavano. Perifericamente, ho visto un partecipante terrorizzato, sopraffatto dalla paura, che tentava freneticamente di farsi strada oltre la barricata fiancheggiata da spettatori, solo per essere spinto indietro dalla folla con aria premonitrice, abbandonato abbandonato per affrontare il suo destino precario.

Con un profondo senso di sollievo, intravidi le porte di legno sbrindellate dello stadio, quando senza preavviso venni sbalzato violentemente a terra da dietro, sopraffatto dall’impetuoso vortice del pandemonio con veemenza intento a irrompere attraverso la piccola apertura a grata che costituiva l’ingresso . Con un continuo schiocco di zoccoli che risuonava a pochi centimetri dalle mie orecchie, balzai in piedi nel disperato tentativo di raggiungere il santuario dell’arena. Notando una momentanea breccia nel diluvio, passai rapidamente attraverso la misera apertura nella relativa sicurezza dell’anello. In piedi nebulosamente inerte tra la folla che si disperdeva, fui sopraffatto dalla consapevolezza di essere ancora fisicamente intatto, respirando ancora l’aria frizzante del mattino… il tocco che affermava la vita dei raggi luminosi del sole che avvolgeva in modo rassicurante le mie spalle tremanti. Come la moltitudine di pazzi prima di me, avevo corso con i tori di Pamplona, ​​e sono sopravvissuto per raccontare la storia….

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